È un paese per vecchi

La vita frenetica e flessibile di New York mi ha consentito di riflettere sull’Italia. Mio paese natale e meta di ogni mio pensiero in questa esperienza in territorio straniero. Non vuole essere uno sfogo, né una critica ma un ragionamento ad alta voce.

Il tempo non mi permette di fare analisi utilizzando dati statistici appropriati – ma mi riprometto di farne un uso smodato non appena avrò più tempo da dedicare a queste riflessioni.

A New York, città poliedrica, multiculturale, pulita e innovativa ogni mattina presto (verso le 6) esco dal mio appartamento a Wall st. e inizio a correre. Non c’è mattina che io lo faccia in solitudine. Tutti sono già fuori, chi vestito da jogging, chi vestito da lavoro. Ognuno inizia la propria giornata dalle prime ore dell’alba e con molta frenesia verso ora di pranzo tutti si riversano nelle strade per mangiare velocemente e tornare subito al lavoro.

Lavorano, pagano le tasse, ricevono stipendi da capogiro (spesso) e spendono cifre da urlo. Pagano per qualsiasi cosa ed ognuno paga in base alla dimensione del proprio portafoglio. Basta pensare alle varie misure del latte al supermercato, fino ad arrivare alla quantità di piani in un grattacielo. Sviluppano la città in verticale, in modo che tutti i posti di lavoro e di spesa siano raggiungibili in breve tempo grazie ad un efficiente sistema logistico e di trasporto. I soldi girano, si sente odore e puzza di benessere.

In Italia tutto mi sembra più lento, noi che andiamo a lavorare con calma, noi che facciamo girare la moneta in maniera lenta e dispendiosa. Non c’è da domandarsi perchè i giovani cercano di uscire il più velocemente possibile. Un paese di anziani sussidiati fa in modo che vengano importati badanti ed esportati cervelli, che altrimenti avrebbero poco spazio.